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Ciao!
Io sono Roberta da Filicaja. Sono una cavalla meticcia e vengo dall'Argentina. Dopo un viaggio tremendo e lunghissimo
a bordo di una "carretta dei mari", chiusi in spazi ristrettissimi, un viaggio in cui molti dei miei compagni sono morti
di stenti, sono giunta in Italia ridotta in fin di vita dove ero diretta al macello, complice una zoppìa all'anteriore sinistro.
Sono stata molto più fortunata dei miei compagni di viaggio e, come per miracolo, insieme ad altri cinque cavalli
(una con un enfisema polmonare, un'altro secondo gli "esperti" troppo grosso e goffo per fare alcunchè, etc...)
ci siamo ritrovati
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in una fattoria in Toscana liberi di vivere come più ci piace in pascoli enormi, proprio come nella nostra natura.
Due umani, intanto, sorvegliavano su di noi controllandoci spesso, talvolta con l'aiuto di un terzo, chiamato "il dottore".
Dopo un anno di vita libera eravamo già ritornati quasi in forma. A quel punto i due umani hanno iniziato a lavorare per farci dimenticare
gli orrori della nostra precedente vita in Argentina (un serie infinita di torture, umiliazioni e violenza per piegare la nostra volontà
agli assoluti voleri dell'uomo)
e gli orrori del viaggio (morte, sete, caldo, onde, urla, calci, morsi, fame...).
Dal quella vita io avevo imparato a diffidare dell'uomo e a scappare, sempre.
Prima di arrivare qui quando l'uomo mi saliva in groppa scappavo per
paura del dolore terribile nella mia bocca che mi procurava con il morso.
Allora l'umano mi mettava un morso più severo, che
mi procurava ancora più dolore ed io scappavo ancora di più. Nessuno capiva che
avevo dolore (noi cavalli non urliamo o piangiamo per il dolore come altri animali, noi scappiamo) o forse
tutti lo capivano benissimo ma non gliene importava niente. Ed io soffrivo. E lui mi metteva un morso più cattivo, spezzato magari
in modo che quando tirava le redini la giuntura potesse infilarmisi nel palato fratturandolo e poi rinnovando sempre
la frattura. Ed io scappavo ancora... E poi le botte. Sempre. Comunque. Ovunque.
I miei due salvatori umani hanno capito subito il dolore e la mia paura. E con calma, con tutto il tempo necessario,
si sono avvicinati
a me e hanno lavorato con me per farmi superare i traumi che ho subito. Il "dottore"
mi ha controllata, mi ha radiografata, ha analizzato più volte il mio sangue e mi ha curata.
La mia fisioterapista svedese prima e quello italiano poi (Leonardo Petri) mi
hanno rimesso in sesto
la schiena, il collo, il bacino...
Adesso ho una vita sociale completa. Ho Fernando,
il leader assoluto del branco, quel cavallone goffo
che solo il macellaio voleva per il suo peso, ho la mia migliore amica, Cecilia,
così bella ed elegante col suo mantello baio e la lista bianca e poi tutti quegli altri che via via si sono aggiunti al branco.
Posso muovermi liberamente per decine di ettari di pascoli e boschi insieme ai miei amici. Ogni tanto ci sono delle
tettoie dove
potrei ripararmi dalla pioggia... ancora ho troppi ricordi legati ai luoghi chiusi, alle stalle,
alla nave... no, no... io sto fuori, un po' d'acqua tonifica!
Dopo tantissmo lavoro con l'umano accanto a me a lavorare, a spiegarmi e a coccolarmi sono molto migliorata.
Ancora non sono del tutto guarita. Ancora quando qualcuno mi sale in groppa scappo. Solo dopo un po',
quando mi accorgo che non ho nessun morso in bocca, che non sento dolore da nessuna parte e che l'umano che trasporto
non fa nulla per fermarmi, anzi è tranquillo e rilassato
(sempre che non me lo sia perso per strada...) allora mi fermo. E lui, l'umano, mi coccola.
L'autunno del 2002, purtroppo, c'è stata una tragedia. La mia amica Flaminia, la nevrotica, quella che controllava sempre che
il posto fosse sicuro, è stata uccisa con tre fucilate da un cacciatore. Quando i miei due umani hanno presentato
denuncia
alla stazione dei Carabinieri, si sono resi conto che, nonostante l'interesse e la comprensione personale dei militari, per le
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